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Circa 50 giorni di riprese, di cui quasi 40 con stuntman, porte rotte e funi sul set, 2 macchine da presa Alexa, un milione e mezzo circa di budget. Sono questi alcuni dei numeri di Lo Chiamavano Jeeg Robot, in sala dal 25 febbraio.

 

“Io volevo fare il regista, non conoscevo tutti questi ruoli del cinema, pensavo fosse lui a fare le riprese...” inizia a raccontarsi così Michele D'Attanasio, direttore della fotografia del film, arrivato alla sua professione dalla passione per il montaggio e dai set indipendenti della Bologna di metà anni '90. In Lo Chiamavano Jeeg Robot ha scelto di girare oltre il 90% delle scene con ARRI Alexa, pur utilizzando altre macchine per necessità particolari, quali le riprese subacquee e i video da visualizzare su schermi televisivi o smartphone.

 

Tu e Gabriele Mainetti (regista di Lo Chiamavano Jeeg Robot, ndr) avevate già collaborato nel corto Tiger Boy. Com'è lavorare insieme a lui?

 

È una gran bella collaborazione. Gabriele è uno che ha le idee chiare, ma anche molta voglia di confrontarsi. Insieme avevamo già girato Tiger Boy, sempre con Alexa, selezionato tra i dieci finalisti per la nomination all'Oscar 2014 come miglior corto. Per questo film avevamo diverse idee a livello estetico, Gabriele cercava una regia classica ma efficace, magari utilizzando lenti anamorfiche.

 

Alla fine, però, avete scelto Zeiss Ultra Prime...

 

Sì, abbiamo provato moltissime ottiche, tra cui Panavision Primo, Technovision anamorfiche, Leica Summicron, Xital, ma alla fine abbiamo abbandonato l'idea dell'anamorfico. Su alcune situazioni non ci dava la giusta velocità, quel guadagno estetico che ne giustificasse l'uso. Allora abbiamo proseguito coi test e alla fine abbiamo optato per le Zeiss Ultra Prime perché tengono molto bene i contrasti, cosa che alcune ottiche non riescono a fare. Nonostante nel resto del mondo le Ultra Prime siano utilizzate per i corti, spesso in Italia vengono usate anche per i film. Diciamo che le Master Prime erano un po' fuori budget! Abbiamo fatto diversi test anche per decidere se girare in ProRes o in Raw, ma alla fine ci piaceva la pasta resa dal primo formato. Tra l'altro, ho girato tutti gli interni e le scene notturne con Alexa XT a 1600 ISO, cosa che scandalizza i più, ma a me piace. Per gli esterni, invece, ho usato 800 ISO e filtri nd ir. In questo modo sono riuscito a ottenere la pasta che più mi piaceva.

Insomma, avevate in mente un'estetica precisa. A che modelli vi siete ispirati?

 

Uno dei film di riferimento è stato Biutiful di Iñárritu, in cui si mescolano toni freddi e caldi. Alla fine, comunque, abbiamo creato la nostra estetica, cercando di impostare una fotografia contrastata, sporca, bilanciando toni caldi e freddi. Questo è stato fatto in maniera coerente sia a livello scenografico che in fase di color correction, cercando sempre di creare un'immagine non virata, senza far spiccare un colore rispetto agli altri.

 

Avete girato in ambienti molto diversi, pur rimanendo a Roma. Come ti sei approcciato alle varie location?

 

Innanzitutto, va detto che molte parti sono state girate in teatro di posa. Per gli esterni abbiamo lavorato al centro di Roma, a Castel Sant'Angelo, e in periferia, a Tor Bella Monaca. Devo dire che la Roma periferica è stata più facile da rappresentare, perché a livello estetico le immagini di queste realtà sono già molto forti. Mi sono trovato in una situazione simile quando ho girato a Scampia per Gomorra: l'impatto era già sufficiente. La Roma del centro, invece, è più difficile da rappresentare, perché c'è sempre il “rischio fiction”. Per questo motivo in una location del genere il bilanciamento dei colori in fase di ripresa è stato minuzioso, soprattutto considerando che il film inizia proprio con un inseguimento a Castel Sant'Angelo.

 

Nel film c'è Roma, c'è la periferia, ma anche il “supereroe”. Come vi siete confrontati col canone dei colossal sui supereroi?

 

Abbiamo visto molti di questi film, anche perché Gabriele è un grande appassionato del genere. Certo, quelli sono lavori con dei budget altissimi, mentre noi abbiamo lavorato con un budget ristretto anche per la media italiana. Devo dire, comunque, che alla fine non abbiamo tenuto troppo presente il canone, soprattutto perché nel nostro paese abbiamo un'altra tradizione. Anche nella sceneggiatura, ad esempio, si sono tenuti presenti elementi tipici dei film di supereroi, ma calandoli nel contesto italiano. Gabriele aveva già lavorato in questo modo in Tiger Boy, mescolando storie reali e pesanti con un contesto favolistico e da fumetto. Anche la storia di Enzo Ceccotti (protagonista di Lo Chiamavano Jeeg Robot, ndr) è una storia molto dura ed è questo che mi piace del film: lo si può guardare su più livelli, dal puro intrattenimento agli aspetti sociali, e abbiamo unito il tutto con una gran bella qualità.

Credit foto:Sirio Gori

A proposito di qualità, professionalmente hai iniziato con la pellicola e hai vissuto in pieno la rivoluzione digitale. Cosa ne pensi?

 

Quando si girava in pellicola contava moltissimo la tecnica, anche più delle doti artistiche forse. Bisognava saper esporre alla perfezione, ad esempio, e il DOP era il depositario di questo sapere, quindi se lui diceva “non si può girare”... non si girava! Ora, se si usa il digitale top di gamma, come quello di Alexa, è difficile sbagliare. Questo significa che a livello creativo è tutto molto più difficile, perché il DCP restituisce immagini impietose, rende esattamente quello che hai fatto. Per questo motivo è diventato necessario trovare un'estetica nuova, che non sia né quella da videoclip né quella del vecchio cinema, ed è molto stimolante. La tecnologia sta progredendo, a volte vediamo dei trailer che non ci fanno capire se siamo di fronte a cinema o televisione. Se vogliamo possiamo paragonare quello che sta accadendo al passaggio dalla pittura alla fotografia. Quando la seconda ha iniziato a testimoniare perfettamente la realtà, la prima ha avuto il lasciapassare per dedicarsi ad altro. Il digitale ci ha liberati creativamente.

Lo chiamavano Jeeg Robot

Una produzione Goon Films

In collaborazione con Rai Cinema

Regia di Gabriele Mainetti

Direttore della fotografia Michele D'Attanasio

Distribuzione Lucky Red

Service Panalight SPA

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